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Il concetto di giardino è per tutti un’idea molto familiare, ma ci siamo mai chiesti come nasce un giardino e da dove parte l’idea di riprodurre il mondo naturale in uno spazio circoscritto? Può sembrare un’assurdità, ma migliaia di anni fa l’uomo è riuscito in questa impresa in uno dei luoghi più impervi del pianeta: il deserto. L’esigenza di ricreare un ambiente confortevole, là dove la natura appare più dura, ha portato la civiltà Egizia a compiere il piccolo miracolo della vegetazione nel deserto, guidati da un’antica sapienza qui tradotta in opere di ingegneria idraulica, alte conoscenze botaniche e rigore geometrico nella composizione planimetrica. La civiltà dell’antico Egitto fu una delle prime a sviluppare la cultura del giardino, grazie alle condizioni climatiche favorevoli e alla fertilità del terreno costantemente rinnovata dal Nilo. Un gesto che pone le sue radici nella ritualistica della costruzione e che si esprime trasformando uno spazio circoscritto in un luogo sacro, come un tempio a cielo aperto, dove vigono le regole della proporzione, della composizione geometrica e dell’armonia cromatica. Con tale caratteristica di “sacralità”, esso costituisce la premessa dell’Hortus Conclusus medievale. Va tuttavia rilevato che le crescenti concessioni all’esotismo non riuscirono mai ad alterare l’impronta essenzialmente mediterranea del giardino egizio, una peculiarità garantita soprattutto dalla costante presenza della vite (Vitis vinifera) e da quella del fico (Ficus carica). È proprio dagli impianti e dalle tecniche colturali sviluppatesi nei secoli a carico di queste essenze che nascono le tipiche ossature del paesaggio mediterraneo: pergolati di uva sorretti dapprima da pali e poi da colonne sempre più strutturate, camminamenti e viali cinti da colture formali a spalliera o in vaso, in sintesi le basi dei più moderni giardini di impronta classica (romani e greci soprattutto).

Una così florida vegetazione, in un ambiente per sua natura difficile e aspro, non poteva prescindere dall’acqua. È lungo tutta la dorsale del Nilo, infatti, che si sviluppano i più pregevoli esempi di giardini domestici: nelle retrovie dell’argine del fiume, case di residenza (o anche di semplice soggiorno) e coltivazioni estensive punteggiavano il paesaggio creando un nastro vegetale in netto contrasto con il rossastro, brullo e roccioso entroterra. La presenza di canali di distribuzione era fondamentale per permettere l’irrigazione della suggestiva fascia verde e rudimentali impianti di sollevamento (shaduf) permettevano di approvvigionare quotidianamente le piante del loro fabbisogno idrico. L’acqua divenne insomma uno degli elementi portanti dell’ossatura del giardino, con i canali di irrigazione non più considerati semplice mezzo di distribuzione ma elementi di definizione della sua architettura. I bacini artificiali in cui il Nilo si insinuava si trasformarono ben presto in piscine private o ameni approdi per chi arrivava dal fiume, liquide delizie impreziosite da tempietti e isolotti, di gran moda soprattutto durante il regno delle dinastie più recenti. In un simile contesto, piante acquatiche autoctone come il loto (quello egizio, a differenza di quello indiano, appartiene alla famiglia delle ninfee Nymphaea) e il papiro (Cyperus papyrus), entrarono d’autorità a far parte della tessitura dei giardini. Dalla distribuzione dei canali d’irrigazione in reticoli pressoché ortogonali discendeva una generale regola di “armonia, simbiosi e colore in una struttura ben definita molto rigida e formale”. I padroni di casa partecipavano e godevano di questo insieme con una sorta di orgogliosa ostentazione e, al contempo, di gelosa protezione. Dalle informazioni raccolte grazie alle scoperte archeologiche emerge infatti un quadro in cui, pur essendo il giardino l’elemento di rappresentanza della casa e, in quanto tale, destinato all’intrattenimento degli ospiti il suo angolo più bello e appartato era molto spesso destinato a ospitare il nucleo abitativo, assolutamente privato, intimo, e proporzionalmente molto più piccolo rispetto al resto della proprietà. La predilezione degli antichi egizi per il giardino si riversò anche all’interno degli edifici nobiliari e religiosi, determinando la moda dei soffitti e dei pavimenti che riproducevano i luoghi della letizia vegetale. Accanto a essi il gusto dell’epoca imponeva l’inserimento di elementi architettonici decorati da motivi naturalistici, come, ad esempio, la profusione di colonne terminanti in strepitosi capitelli a foggia di loti e papiri, simboli dell’incessante processo di rinascita che il Nilo donava alle sue terre. Simbolicamente, la vasca d’acqua che sempre era presente nell’impianto del giardino, era considerata come uno strumento di purificazione, così come i fiori di loto simbolo del risveglio dell’anima alla luce divina o la palma, immagine di vittoria, ascesa, rinascita ed immortalità.

Testo del Dott. Agr. Giuseppe Lombardo
Tratto dal sito EcoProspettive